L’importanza di saper fare il sugo

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Credo di essere l’unica che quando va al mare torna più bianca di prima.

Forse perché ho sviluppato – anche per via dell’età che avanza inesorabile, nonostante mi ostini a sentirmi una ventenne – un’avversione cosmica nei confronti del caldo, soprattutto quando mi ritrovo catapultata nel luogo in cui le cellule del mio corpo si disgregano per riaggregarsi in un concentrato di disagio e di insofferenza senza precedenti: la spiaggia all’ora di punta.
Io in spiaggia all’ora di punta mi trasformo in una diversamente giovane.

Chiariamoci: al mare ci vado e mi piace pure parecchio.
Sono solo allergica a quelle condizioni di calura insopportabile senza via d’uscita, quando la temperatura del mio corpo inizia ad aumentare a dismisura, le mie ghiandole sudoripare iniziano a dare di matto e mi sento l’energia di un orso polare all’equatore.

Per intenderci, la modalità on the beach mi piace quando so di poter stare tutto il tempo ammollo come un cecio, alternando momenti in cui nuoto (beh nuoto… sì, insomma, galleggio) a momenti in cui mi spiaggio sul bagnasciuga in posizione stella marina.
Ad esempio, se mi trovo al mare in Calabria (♥) e arriva mezzogiorno, mentre i bambini si leccano i baffi all’idea che è arrivata l’ora dello spuntino (alias=due belle fette di pane con la mortazza e la provola e il succo di frutta alla pera, un classicone), io scappo come se ci fosse il coprifuoco. Con il mio cappellino bianco e la crema protezione cinquanta spalmata da capo a piedi (manco fossi diafana).

“Fra, già te ne vai?”
“Eh sì, così preparo il sugo…” .

E mi ripresento in spiaggia alle cinque, come minimo.

Se invece mi trovo in situazioni senza vie di fuga, tipo il week end in Liguria, e sono costretta a stare tutto il giorno in spiaggia, compresa l’ora di punta (che già se ci penso mi viene la tachicardia)… ecco, le soluzioni che mi si presentano sono solitamente due: o scappo, o mi rassegno.
E, alla fine, simulando anche un certo benessere, mi rassegno.
(“Cazzo di caldo, morirò”).

Mi sdrario. Guardo a destra (coppia di ottantenni – lui dorme, lei settimana enigmistica) e a sinistra (bambini rompipalle che hanno scavato una buca proprio di fianco al mio lettino che per poco non mi ammazzo). Mi giro per prendere l’acqua dalla borsa e il tipo sfigatissimo dell’ombrellone dietro al mio mi fa l’occhiolino.
(“Ma un vicino di ombrellone normale – non dico figo ma almeno normale – no eh?”).

“Cosa dici Fra?”
“No no niente..”.

E parte nelle cuffie la voce di Calcutta “mangio la pizza e sono il solo sveglio in tutta la città…”.
(“È ufficiale, sono una disadattata del cazzo”).

E poi, all’improvviso, come se tutto ciò non fosse già abbastanza, arriva lei.
Direttamente dall’iperspazio.
Ce n’è almeno una in ogni spiaggia che si rispetti: la cinquantenne dalla pelle color ebano tendente al marrone scuro, con le labbra turgide fresche fresche di botox e gli occhiali che le coprono mezza faccia. Il trucco e il parrucco sfiorano la perfezione (manco dovesse andare a Uomini e Donne versione summer).
Arriva, splendida splendente, con il suo costume La Perla e, sotto il sole cocente di mezzogiorno, si piazza sul lettino davanti al mio (a quel punto, tra l’altro, ho la certezza che ogni possibilità di avere un vicino normale – non dico figo ma almeno normale – sfuma definitivamente). E lei è lì. E rimane lì, imperturbabile. Dai suoi pori non fuoriesce una goccia di sudore che sia una. Non si scompone. Non si stropiccia. Non beve. Non parla. Non si bagna nemmeno i piedi, santiddio! Ogni tanto legge. E intanto si cuoce. Dopo quaranta minuti così è ancora fresca come una rosa.
E io la guardo, con gli occhi del terrore, all’ombra del mio ombrellone da diversamente giovane, e mi chiedo come faccia questa qui a rimanere sotto il sole con 150 gradi fahrenheit senza fare una piega.

(“Moh pure la sigaretta….. ciao… E questo? Chi è? Ah, cazz, il tipo con cui parlavo prima al bar… Ops… ma è Il figlio? Asp… noooo! Vabbé, così è troppo!”).

“Fra? Dove stai andando?!”
“Ehm… vado a preparare il sugo!”.

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