L’appartamento spagnolo

C’erano… un’Italiana, uno Svedese, una Francese e una Spagnola.

E si dà il caso che, l’Italiana, sia proprio io.
Io, sì. Ragazza di Calabria, studentessa fuori sede, aspirante integerrima donna di legge presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi della Augusta Taurinorum.
Io.
E’ il 2004, ed sono ancora convinta di potermi permettere qualsiasi cosa e niente mi fa paura (non come adesso che ci penso tremila volte pure per tuffarmi da uno scoglio alto mezzo metro…).

Mi restano quattro esami in croce, gli ultimi di ventisei mattonazzi.
Sto finalmente per concludere la mia carriera universitaria.
E così, in preda ad uno slancio di insolito ottimismo (forse scatenato dalla conoscenza di un gruppo di studenti spagnoli – i primi partecipanti al progetto Erasmus che timidamente iniziano a fare capolino nelle aule di Palazzo Nuovo – una sera, da Giancarlo*), mi decido a partire.

I miei amici organizzano una festa per salutarmi, prima della partenza.
Che adrenalina. Muoio di paura. Ma l’entusiasmo mi fa volare.
Devo andare. Andare A vedere. Andare E vedere.

Mollo su due piedi il mio fidanzato dell’epoca. “Non ci sarò quando tornerai”, mi dice. “Sticazzi, io vado”, gli rispondo.

E vado.

Le uniche parole che conosco, oltre ai classici “hola”, “buenos dias”, “buenas noches”, “graçias”, sono “un bocadillo jamon y queso, por favor” (un panino prosciutto e formaggio, per favore”) e “estoy borracha” (la traduzione mi sembra superflua).
E, naturalmente, “busco piso” (“cerco casa”).

Malgrado il mio vocabolario ridottissimo, sono proprio io, l’Italiana, a trovarlo: Calle Los Perdones, quarto piano (senza ascensore).
Un gigantesco appartamento che si sviluppa lungo un corridoio interminabile che a un certo punto svolta (giuro!) leggermente a sinistra. Sembra di stare dentro a Snake. Dal corridoio si accede alla cucina attrezzatissima, a quattro camere belle spaziose e indipendenti, ai due bagni, e al mitico salòn.
Eureka!

La cifra che il signor Pedro mi propone per l’affitto è decisamente modesta (per non dire irrisoria) rispetto a tutto quel po’ po’ di metri quadri.
Probabilmente la me di adesso se ne sarebbe fatti mille, di pipponi. Mentre la me di allora – alla quale quella casa sembra perfetta – non si fa particolari problemi.
(In realtà solo qualche mese dopo, a gennaio, mi è tutto più chiaro: si schiatta dal freddo. E solo allora apprendo che, nonostante siamo in Spagna, a Salamanca in inverno le temperature arrivano tranquillamente a meno dodici gradi. Sapevatelo).

E così – dicevo – accetto.

E avvio e porto a termine anche un laborioso processo di reclutamento dei miei futuri coinquilini.

Isabel, detta Tama, una ragazza piccoletta e stilosa, di origini vietnamite, from Paris. Bravissma fotografa. Cucina la pasta (scottissima!!!) e la condisce con il ketchup. E io, lo ametto, la mangio.

Lucia, la Morena. Una ragazza galiziana con una voce dolciiiiissima. Quando fa la spesa compra l’impossibile, leccornie di tutti i tipi! Ed è, naturalmente, madrelingua. Praticamente, la mia insegnante inconsapevole di spagnolo.

E poi, c’è lui, Robin. Direttamente da Stoccolma. Biondissimo, purissimo, levissimo. Non spiccica una parola di spagnolo. Ci conquista (Lucia, Tama ed io viviamo nel Piso già da qualche giorno) presentandosi al colloquio con una vaschetta di fragole e con la chitarra a tracolla. E’ amore (nel senso affettuoso del termine) a prima vista.

Eccoci, gli inquilini dell’appartamento spagnolo.

Siamo impegnati in mille cose: corsi, università, aperitivi linguistici, gite fuori porta.
E quando arriva il fine settimana, por la noche, la parola d’ordine è solo una: fiesta!
A turno, organizziamo dei party spaziali: i botellones.
(L’ormai noto termine “botellòn” è stato coniato per indicare un “Raduno di giovani in piazze e altri spazi urbani aperti per consumare, spesso sconsideratamente, bevande alcoliche portate da casa e svolgere attività di svago e socializzazione“) (fonte: Wikipedia) (l’enfasi è aggiunta).

Ecco, nei nostri botellones c’è tutto. La differenza è che noi, i botellones... li facciamo in casa!

A Salamanca aggiungo il record di coca e rum bevuti in una sola serata (credo otto!) (mentre adesso, dopo una birra, mi sento già brilla… que verguenza!)

Conosco gente proveniente da tutto il mondo (e alcune di queste persone ci rimangono pure, nella mia vita. La menzione d’onore va alle fantastiche cinque del gruppo Rotolao: Martina, Daniela, Marta, Cecilia e Manuelita, dette anche “le Sgnacchere”. Una sera, dopo avere mangiato l’impossibile al ristorante brasilero e sotto l’effetto di fiumi di cachaça, rotoliamo letteralmente (giuro!) per la strada, dal punto più alto della salita che conduce al ristorante  che diventa improvvisamente discesa, e risate che mai più).

Niente ci sembra impossibile. La dimensione spazio-temporale in cui viviamo appartiene ad un altro mondo, di cui noi siamo il centro.
Ci sentiamo veramente, intimamente, liberi.
(E non è la stessa cosa che viaggiare o lavorare all’estero: l’Erasmus è un’altra storia. E chi in Erasmus ci è stato, sa esattamente di cosa parlo).

Sta di fatto che torno vittoriosa da quella esperienza: in otto mesi di caciara, riesco a dare gli ultimi esami, in scioltezza. Mi laureo, ecc, ecc.

Insomma, a conti fatti, l’Erasmus ha avuto, per me, il senso della vera svolta.
Niente da allora è stato più uguale a prima.
Ciò che sono diventata oggi, nel bene e nel male, lo devo senz’altro anche a quel pezzetto lì, unico e irripetibile.

Semmai un giorno dovessi avere un figlio – qui lo dico e qui lo nego – so già che l’Erasmus sarebbe l’unica cosa che davvero mi sentirei di consigliargli, a cuor leggero.

“Va’, figlio mio. Che il buon vecchio Erasmo sia con te. E con il tuo spirito”.

“Amen”.

*nota per mio padre, semmai dovesse leggere questo post: da Giancarlo (ai Murazzi) ci andavo, anche se non te l’ho mai detto! 😉

l'appartamento_spagnolo

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