Le merendelle

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“Ricordati che lei l’acqua la preferisce naturale, fuori frigo; falle trovare sempre un paio di fettine di limone sul tavolo. Lui, invece, la vuole frizzante, da frigo; se gli porti qualche cubetto di ghiaccio in un bicchiere, appena si siede, la mancia a fine stagione non te la toglie nessuno. Capito?”

Cavour: era questo il soprannome che si era guadagnato. Di sicuro (o almeno secondo l’idea che mi ero fatta io) per via della pelata e del papillon. Era sempre molto elegante e si differenziava proprio per questo dagli altri Chef de rang (responsabili del servizio delle varie sezioni della sala del ristorante, dette “ranghi”).
E poi, lui, lui sì che si faceva valere. Non come gli altri, che appena arrivava il megadirettore galattico, con il suo diploma in ragioneria stampato in faccia, la sua camicia abbottonatissima e quegli occhi minuscoli e pungenti come spilli, sempre pronti a guardarti con sospetto, si scioglievano come ghiaccioli sotto il sole.
Cavour, se non era d’accordo con il megadirettore perchè, ad esempio, non gli piacevano il menu o la disposizione dei tavoli, ci discuteva, anche animatamente. E alla fine la spuntava.
Era elegantemente sanguigno, ecco.

E pure io.

Del resto, non poteva essere altrimenti, visto che ero stata assegnata proprio a Cavour: ero il suo Commis de rang (in parole povere, il suo aiuto cameriere).
Era servito un pò di rodaggio, ma alla fine eravamo diventati una bella squadra.
E non so se per il fatto che fossi in squadra proprio con Cavour, o se per via dei miei Dr Martens neri, che a suo dire non si addicevano a quell’ambiente prestigioso e di classe: fatto sta che al megadirettore non andavo per niente a genio. E non è che si sforzasse di nascoderlo. Tutt’altro. Si vedeva da come mi guardava che mi disprezzava. Ed io, per tutta risposta, gli sorridevo. Sempre.

“Fonzé, ti dissi ca chiddi scarpi l’a jettari ‘nto mara”.
“Buongiorno anche a lei Direttore!!!”.

D’estate, quelle estati lì, mi facevo un bel mazzo.
Però mi divertivo. Avevo trovato il modo di trarre dall’utile il dilettevole.
Ero gentile, cordiale. Conoscevo tutti. E gli ospiti (ça va sans dire) mi adoravano.

Soprattutto i XXXX. Torinesi D.O.C., anzi, D.O.C.G.
Erano frequentatori abituali del villaggio, al quale rinnovavano la loro fiducia da molte estati.
Lei sulla quarantina; lui qualcosina di più. I figli, educatissimi, una quindicina di anni in due.
Arrivavano sempre a mezzogiorno e mezza, non un minuto di più, non un minuto di meno. Anche l’equipaggiamento era sempre uguale: Il Sole 24 ore lui, rivista di gossip lei. I ragazzini invece avevano addosso solo il costume; la loro pelle era striata per via della salsedine e i loro piedi ancora impanati di sabbia. Sapevano di mare.
E avevano fame. Tutti.
I XXXX erano i primi ad arrivare e i primi ad andarsene. Il loro era il più esterno dei quindici tavoli del mio rango (mio, insomma… mio e di Cavour), la maggior parte dei quali occupava la terrazza, che si affacciava proprio sulla baia.
Ladies & Gentlemen, benvenuti nella Costa degli Aranci, uno dei più begli angoli di macchia mediterranea esistenti, dove gli oleandri, gli eucalipti e i pini marittimi sovrastano le scogliere a picco sul mare, che di tanto in tanto cedono il passo alla sabbia bianca delle cale nascoste, ignote ai turisti e frequentate per lo più dagli autoctoni.
Il signor XXXX era un avvocato. E io, quando lo vedevo, andavo in brodo di giuggiole.

“Avvocato, Signora, ragazzi, ben arrivati!
Oggi le merendelle sono eccezionali. Dopo ve ne porto una boule; le ho messe da parte apposta per voi”
“Bene! Grazie Francesca”
“Prego, ci mancherebbe”
“Ma senta una cosa: lei da grande lo sa già cosa vuole fare? Ha pensato a quale facoltà iscriversi? Perché lei ci andrà, all’università, vero? O vuole lavorare qui per sempre?”
“Nossignore! Cioè, Sissignore! Vorrei provare a studiare giurisprudenza. Qui ci lavoro solo per la stagione. Quest’anno dovrò prendere anche la patente…”
“Ho capito. Tenga, questo è il mio biglietto da visita, non si sa mai, dovesse servirle qualche consiglio. Il mio sudio si trova in centro a Torino, in via Cavour. Mi contatti pure senza problemi”
“Dove? In via Cavour ha detto?”
“Sì, perché?”
“No, niente, così. Va bene, la ringrazio! Dovesse servirmi, non esiterò”.

(DIECI ANNI DOPO)

Mi trovo all’università, ad assistere distrattamente e svogliatamente ad un convegno. Ho preso da poco il titolo, il sudatissimo ed agognatissimo titolo.
Il relatore prende la parola. Io riconosco subito la sua voce, al microfono.
Alzo lo sguardo: è lui, è proprio lui. Solo un pò invecchiato.

Mi viene da piangere. E anche un po’ da ridere.

Attendo la fine del convegno e scendo verso la cattedra. Mi avvicino a lui mentre raccoglie frettolosamente le sue cose per riporle nella 24 ore:

“Avvocato?!”

Lui mi guarda, con l’aria un pò stranita. Non mi riconosce:

“Le vuole due merendelle? Oggi sono buonissime!”

Gli si illuminano gli occhi e scoppia in una fragorosa risata:

“Francesca! Che sorpresa! Venga, cara. Le offro un caffé, così mi racconta”.

Dopo un caffè ottimo e una chiacchierata piacevolissima, ci lasciamo con il proposito di incontrarci presto, e di non lasciare trascorrere altri dieci anni come l’ultima volta.

Poi però, si sa, ci si perde, nella propria vita e nei suoi meandri. E io lo perdo di vista, come si perdono le monetine per strada da una tasca del cappotto bucata.

Non l’ho mai più rivisto.

Ma quell’espressione di stupore e meraviglia non la dimenticherò mai.

Ce l’ho stampata proprio davanti agli occhi.

Ancora oggi.

 

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