L’insalata di pomodori

Mentre mi prepara l’insalata, dietro al bancone di quel baretto di corso Francia, mi chiede se la gradisco con l’origano.

“Grazie”, gli rispondo.

Si scusa perché, di solito, ha anche quella mista. Oggi, invece, siccome quasi tutti i suoi clienti abituali sono partiti per le ferie, mi devo accontentare dei pomodori; però sono del suo orto, quindi tutto sommato posso ritenermi fortunata.

“Non si preoccupi”, gli rispondo laconicamente.

Mi guardo intorno.
Lo stile è semplice, l’arredamento essenziale.
Le pale sul soffitto smuovono fiacche l’aria calda e afosa. Dalla tenda di vetri colorati – un po’ sbiaditi dal tempo – filtra una luce estiva. La radio è sintonizzata su una stazione che trasmette musica italiana.

Ho la netta sensazione di essere seduta in un bar del (mio) Sud.

Guardo più volte l’orologio e inizio a muovere nervosamente le gambe accavallate, a destra e a sinistra.
Senza volerlo, gli do modo di intuire che non ho molto tempo.

Entra a gamba tesa su un vecchio pezzo di Venditti (“Nata sotto il segno dei pesci”, l’ultima volta che l’ho sentito avrò avuto sì e no quindici anni) e mi dice che tra qualche minuto la mia insalata sarà pronta, che non vuole che faccia tardi al mio appuntamento.

“Grazie, non importa”, lo rassicuro senza troppa convinzione. “Perché crede che abbia un appuntamento?”.

Dice di non avermi mai vista da quelle parti; e poi che sembro avere l’aria di chi deve mettere qualcosa sotto i denti perché ha del lavoro da sbrigare.

“Ottimo spirito di osservazione, signor…?”

Mi dice di chiamarsi Francesco e mi spiega che è da oltre quarant’anni che osserva la gente da dietro al bancone. Adesso ne ha ottantaquattro e vive a Torino da quando era poco più che un ventenne.

Voleva diventare un geometra, ma poi ha dovuto abbandonare gli studi perché i soldi erano pochi, e la fame bussava troppo spesso alla porta di quella casa di Roccabernarda, un paese in provincia di Crotone, in cui abitava con il papà calzolaio e i suoi sei fratelli.

Mi chiede se sono mai stata in Calabria.

“Io ci sono nata in Calabria, signor Francesco. E lo sa che mi chiamo come lei?”, gli rispondo sorniona.

Smette per qualche secondo di versare l’olio, con la mano tremante, sulla mia insalata di pomodori.

Mi guarda quasi commosso e mi stampa un sorriso grande così.
Io mi sciolgo e decido di mandare la fretta a farsi benedire.

E così, quel bar un po’ kitsch si trasforma in un caleidoscopio di ricordi, di aneddoti e di storie di vecchi e nuovi immigrati, di meridione e di settentrione, di pregiudizi sconfitti a colpi di umanità e grazie al fatto di essere una persona perbene, di radici profonde, di valori, di passato che si intreccia con il presente, di vita che scorre nonostante gli acciacchi e la nostalgia di quella terra, “amara e duci”.

Mi fa entrare nel suo mondo, e io mi lascio trasportare dai suoi racconti, così familiari, mentre mi gusto quell’insalata di pomodori del suo orto preparata “alla maniera nostra”, durante quella che doveva essere una pausa pranzo qualunque in un bar trovato per caso.

Quando arriva il momento dei saluti, il signor Francesco mi stringe forte le mani e mi ripete che posso tornare quando voglio, e la prossima volta mi farà assaggiare il suo vino.

E mi dice che devo ricordarmi sempre di una cosa:

che la vera ricchezza, in questo mondo, sono le persone.

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