Angeli e demoni

Il mondo è quel posto in cui, mentre mi barcameno in mezzo al traffico cittadino, il tassista mi sta attaccato attaccato al culo, con la sua Mercedes bianca lucida. Io a un certo punto trovo parcheggio, a sinistra (l’unico spazio disponibile nel raggio di chilometri), e lo occupo con una manovra un po’ repentina. Ovviamente metto la freccia. E lui, poverino, che è intento a contemplare il display del suo smartphone, per poco non si becca una craniata, visto che deve inchiodare (distanza di sicurezza: kittesenkula). Io, sebbene sia fermamente convinta di avere ragione, mi giro e gli chiedo scusa con le mani giunte (ho il casco integrale, quindi il labiale non lo vede). 

Perché lo faccio? perché decido che voglio essere gentile e contribuire a diffondere la pace nel mondo.

Lui mi risponde “Scusa un paio di palle”. Io sgrano gli occhi, e penso che mi vorrei sfilare il casco e lanciarlo sul parabrezza della sua Mercedes bianca lucida del cazzo. Per fortuna riparte subito, sgommando.
(“Va’ al diavolo!”, gli auguro).

Il mondo però è anche quel posto in cui mi capita di sentirmi con la testa fra le nuvole, certe nuvole altissime, così alte che non mi rendo conto di riempire il serbatoio del mio scooter con 2,5 litri di gasolio, invece della verde. Così riparto, e quando la mia testa arriva a sfiorare il Monviso, il motore del mio bolide inizia a borbottare, finché a un certo punto questo non si ferma, proprio al centro di corso Francia, davanti a La Fleur. Al che, uno sconosciuto che passa di lì (forse perché attirato dall’eco delle mie bestemmie mentre cerco di parcheggiare il potente mezzo in panne, prendendo a calci le gomme) (oppure perché si accorge dei miei occhi lucidi intrisi di disperazione) si offre di portarlo a spinta fino all’officina di quel ragazzo che conosce, “non molto lontano da qui”. Io sono troppo avvilita per fare la bacchettona diffidente (“moh vuoi vedere che questo qui ci prova?”, pontifica la mia coscienza), e quindi decido di seguirlo (“non hai altra scelta, Fra…”, le rispondo).

Fatto sta che il ragazzo dell’officina ripulisce il motore da quel miscuglio mefitico e risolve tutto in men che non si dica. E non mi chiede nulla, nemmeno un euro. Lo sconosciuto si accerta che sia tutto a posto, mi stringe la mano, mi sorride, saluta e se ne va.

A quel punto vado via anch’io, incredula, ma anche pervasa da uno strano senso di leggerezza che piano piano si fa spazio tra i muscoli e i nervi, e li distende.

“Gli angeli esistono: è evidente”, mi ripeto da sotto il casco.
(“Tanto il labiale non lo vede nessuno”).

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