Momenti di trascurabile felicità

“E poi la mattina appena può, da quando c’è il primo timido accenno all’estate, senza bisogno di alzare gli occhi verso il cielo, ma soltanto sentendo un frammento di frase pronunciata da un passante, lei prende la macchina e se ne va al mare. A Maccarese. Abbandona il traffico per Fregene e s’infila sulla sinistra, e lo fa con una sterzata che vuol dire: ora vi frego tutti. Come se quelli che si fermano qui fossero più furbi. Non sono furbi per niente, però lo pensano. Sembra che questo luogo tra la campagna abbandonata e il mare sporco, cioè la spiaggia, sia fatto per persone speciali, ci sia più spazio che altrove. Poi finisce che è lo stesso, che davanti c’è il mare e non ci pensi nemmeno a farti il bagno, e alle spalle tra te e la campagna ci sono le cucine degli stabilimenti e tutto quello che conta sono le linguine ai frutti di mare o gli spaghetti alle vongole, e vedi che tutti stanno lí con le forchette in mano e avvolgono e avvolgono per ficcare tutto quanto in gola.

Lei invece arriva, stende il telo, si spoglia lasciando addosso un minuscolo tanga, si sdraia e prende il sole. Sta così, tutto il giorno. Qualche volta legge un libro, altre delle riviste dove dicono che due si sono lasciati e altri due forse stanno insieme; la maggior parte delle ore rimane sdraiata, in uno stato di dormiveglia. A volte mangia uno yogurt, a volte della frutta. Lei è di quelle che mangiano solo frutta, in estate. E quando lo dice sembra che voglia dire che sia una nota di merito, come se quelli che mangiano solo frutta fossero migliori di quelli che avvolgono e avvolgono gli spaghetti. Di solito, se ne sta così. Poi si alza, il più tardi possibile, rimette tutto a posto, si veste e torna in città. Questi sono i giorni buoni, quelli della solitudine, quando non c’è quasi nessuno e in ogni caso non ci sono quelli.

Quelli, sarebbero gli uomini che incontra. Che sono come in città, ma a Maccarese sono un po’ più scemi. Si siedono accanto, di solito, e se sono intimiditi chiedono da accendere, poi si curvano verso l’accendino avvolgendolo con le mani e alzano gli occhi all’improvviso, la guardano intensamente da così vicino, con gli occhi socchiusi per essere più affascinanti. Se lei non sapesse alla perfezione quando accade, farebbe un sussulto di spavento. Ma lo sa.

Hanno fisici statuari, spesso, alcuni più coraggiosi li hanno meno statuari ma ci provano lo stesso, cercando di trattenere la pancia in dentro. E soprattutto, cominciano a dire un sacco di cazzate. La cosa straordinaria è che lei li ascolta, gliene saranno capitati ormai a centinaia in tutti questi anni a Maccarese e li ha sempre ascoltati, tutti, fino in fondo. Alle volte si chiede anche se qualcuno di loro non sia già stato seduto accanto a lei anni prima, e adesso lo fa per la seconda volta e né lui né lei se ne ricordano. Sarà accaduto di sicuro, pensa. Li ascolta: risponde a monosillabi, ma è paziente. Non ce la farebbe mai a mandarli via. E allora ascolta e loro cominciano sempre a parlare del mare. Oggi il mare è proprio bello, è brutto è pulito è sporco è calmo è agitato; ieri era più bello, l’altro ieri era più calmo, venerdì era una giornata bellissima, si stava bene, faceva caldo e tirava vento, la sabbia mi piace più dei sassi, i sassi mi piacciono più della sabbia, conosco un posto dove ci sono sia i sassi sia la sabbia, starei tutto il giorno al sole, le creme abbronzanti e protettive numero quattro cinque sei sette e otto, c’era meno gente e c’era troppa gente.

Poi: oggi è proprio bello stare sulla spiaggia, dicono.

E lei lo sa che questa frase non è come le altre: ha più salivazione in gola e la voce instabile. E’ la prima deviazione verso un’intimità: a questo punto lei dovrebbe capire che oggi è proprio bello stare sulla spiaggia per il fatto che c’è lei. Lei non fa altro che dire: sì, oppure mmmh, oppure è vero. Perché tanto sa che continuano. Chiude gli occhi contro il sole, e ascolta. Il suo corpo è dorato, come se il sole avesse deciso di dedicarsi alla sua pelle e renderla di quel colore esatto che a lei piace. Lo sente caldo e sa di essere bella in quel modo speciale di quando ci si sente belli per qualche minuto.

Ha un tanga colorato e i capezzoli duri. E sa che loro stanno guardando. Uno alla volta, negli anni, si sono seduti qui accanto e hanno detto su per giù le stesse cose, e mentre parlavano e parlano girano lo sguardo da un’altra parte, per esempio verso il mare o verso lo stabilimento o verso di qua o verso di là, e sempre, in qualsiasi posto guardino, sempre il loro sguardo passa per il suo seno, all’andata e al ritorno. Guardano. Riguardano. E fanno finta di non aver guardato. Anzi ora sfacciati dicono che vogliono farle solo un complimento e cioè che sta molto bene in topless, dicono la parola «topless» con convinzione, come se quella fosse la sola parola giusta, mentre lei si accartoccia le spalle come a proteggersi, per istinto, ma solo per un attimo. Continuano. Dicono che il topless è una cosa molto liberatoria, anche se loro non ci fanno nemmeno caso, dicono proprio così, hanno il coraggio di dire una cosa del genere facendo lo sguardo sufficiente e la voce molto appropriata, intelligente. Questi uomini sostengono che non sono certo i tipi che stanno sempre lì a guardarti il seno, come fanno altri uomini – loro sono sempre uomini migliori degli altri uomini e però intanto continuano a guardare il mare e lo stabilimento fermandosi all’andata e al ritorno sul suo seno; per loro è una cosa naturale, dicono, e alcuni sono arrivati anche a dire: come stiamo noi uomini solo con la parte di sotto, perché non dovete starci anche voi? E poi, dicono, l’abbronzatura al seno è bella, è brutto vedere una donna con quei segni bianchi, non sei d’accordo?

Lei risponde: sì, oppure mmmh, oppure è vero.

Sa che è molto probabile che le loro donne, quelle che non sono qui, se soltanto ci provano a mettersi in topless su una spiaggia deserta, a questi uomini viene una crisi epilettica. Urlano che non capiscono perché bisogna mostrarsi nude e che importanza possano mai avere i segni bianchi. E non stanno litigando per il topless, ci mancherebbe, loro non sono certo i tipi e chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole, sia chiaro. Ma è il concetto. Urlano: «è il concetto, capisci?» Però le loro donne, che non sono qui oggi ma sono da qualche altra parte ed è come se non esistessero – le loro donne non capiscono.

Lei sa anche cosa succederebbe se la smettesse di rispondere sì, oppure mmmh, oppure è vero. Direbbe delle cose anche lei, delle frasi su un argomento qualsiasi, e loro direbbero prestissimo, troppo presto, che lei è molto intelligente e molto sensibile, e lo direbbero come se fossero sorpresi. Sa che se si lasciasse andare, se finisse per baciarli e per farci l’amore direbbero che lei è veramente eccezionale, una donna vera. Lasciando intendere che invece le loro donne non sono come lei, e questo sarebbe un modo per farle un complimento e anche per dirle che appunto loro hanno una donna. Che non c’è mai, che non appare, di cui non c’è traccia e nessun segno, fino a quando non lo dicono. Poi però lo dicono e poi dicono che forse è giunto il momento di scegliere. E lei sa che, poiché dicono che è intelligente, sensibile, eccezionale e una donna vera, dovrebbero scegliere lei. Ma sa anche che invece sceglieranno l’altra, e diranno che non la dimenticheranno mai, che però doveva finire, le cose più belle sono quelle che finiscono. In pratica intenderanno dirle che non scelgono lei proprio perché è intelligente, sensibile, eccezionale e una donna vera.

Sa tutto, lei. Forse perché ogni tanto apre gli occhi e li guarda e invece di scoppiare a ridere dice a se stessa: va bene. E comincia a parlare. Forse perché lo ha sempre saputo, fin dal primo giorno in cui è venuta a Maccarese e si è stesa sul telo per prendere il sole. Forse a Maccarese c’è venuta apposta per questo, per ascoltare un’enorme quantità di uomini per tutta la vita dire più o meno le stesse cose, tutte stupide, e ogni tanto scegliere senza criterio di andare via con loro e poi di smet­terla, perché le cose belle sono quelle che finiscono. Forse lo fa perché lascino in pace le altre, tutte quelle altre stese sui teli di Maccarese e anche le altre stese sui teli di Fregene, e quelle stese sui teli di tutto il litorale. E anche quelle che non sono stese sui teli, e quelle che non sono venute al mare, oggi, quelle che stanno sedute davanti a un bar o passeggiano per la città. Quelle che stanno per uscire. Sa che per tutte potrebbe bastarne una, e c’è lei. Per questo nella voce di quei sì, oppure mmmh, oppure è vero, mette un tono controllato e morbido; per non farli sentire ridicoli”.

 

[tratto da Momenti di trascurabile felicità, Francesco Piccolo]

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