Maggio, quanto mi piac(ev)i.

Vorrei che fosse maggio tutto l’anno, mi dico, mentre con lo sguardo mi perdo nel luccichio della spia del televisore in stand by e affondo il cucchiaio nel vasetto di yogurt e lamponi. L’ho incastrato nella nicchia che pare essersi creata apposta per l’occasione tra le mie gambe, incrociate a yoga, sul divano a strisce viola, grigie e blu.
La luce del giorno piano piano guadagna il suo spazio, sulle tende, sulle pareti della stanza, sul tavolo di vetro, sui ripiani della libreria.

“Erano giorni di maggio e tra noi si scherzava a raccogliere ortiche”, canticchio tra me e me, assaporando quel gusto gradevole e fresco al palato.

Maggio era il mese del nuovo, osservo convinta.
Era il mese delle calzette traforate coi merletti bianchi, che lasciavano scoperti lembi di pelle olivastra, ancora ignara della cosmesi e dell’azione miracolosa delle creme ricche e degli olii idratanti. Era il mese della giacchetta di jeans scolorita che mi stava ogni anno un po’ più stretta di quello prima e che odorava di lavanda. Era il mese dei vestitini a fiori, che si lasciavano indossare con una disinvoltura destinata a scomparire negli anni a venire, e che si agitavano quando il vento dell’estate, preparandosi a soffiare, mandava in avanscoperta certe brezze leggere, a muovere le spighe di grano ancora acerbe ma colme di chicchi, e loro toccandosi frusciavano, e il campo sembrava un grande mare verde. Era il mese delle nespole, polpose e dolci, raccolte in punta di piedi e tendendo le braccia sempre più in alto, sempre più su. Era il mese delle rose, del cui profumo cercavo di appropriarmi raccogliendo con cura i petali, che lasciavo macerare dentro a certi intrugli acquosi e giallastri, dall’aspetto, prima ancora che dall’odore, non proprio invitante.

Mi si è accartocciato il tempo, penso, mentre appallottolo il tovagliolo di carta in cui era avvolto il vasetto di yogurt e intanto la voce calda e grave di un Bianconi in grande spolvero mi distoglie da ricordi idilliaci e mi riporta nel mio salotto, con i piedi nudi piantati sul parquet.

Un’ondata di rondini solca il rettangolo di cielo che è la mia finestra, e io mi appunto mentalmente, con l’urgenza di chi deve ricordare un numero o una lettera di importanza cruciale, due parole dal suono stuzzicante: coriaceo e ricalcitrante.

Anche la musica alla radio si è fatta gracchiante, e mi invita senza volerlo a smettere di indugiare.

Presto che è tardi.

A domani, mio maggio adorato.

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