La strada sdrucciolevole

I semafori sono sempre tutti verdi quando non ho fretta, mi dico mentre trasporto il mio corpo stanco per le vie della città in questa uggiosa mattina di luglio.
Ecco, finalmente, giallo, rosso. Osservo distratta una bambina che attraversa il controviale sulle strisce pedonali in sella alla sua bici, seguendo fedelmente la traiettoria tracciata da colui che presumo essere suo padre, davanti a lei.

Chiudo gli occhi un istante e mi concentro, stringendo le palpebre e aggrottando un poco la fronte. Mi sembra di vederla: sellino bianco, telaio fucsia lucido, con la scritta “Graziella” ad ornarne l’asta da cui si diramano i pedali, e i raggi delle ruote posteriori sorrette dalle due rotelle – braccioli di terra – a sostenere il peso di una me ancora bambina, e già in cerca di chimere.
Vedo quel viale, che secondo mia madre è “strada sdrucciolevole”, definizione mutuata dal manuale di scuola guida che lei sfoglia svogliatamente all’ombra della pineta gremita di cicale, mentre io la guardo e le chiedo spiegazioni a ogni piè sospinto su quegli schemi bizzarri e incomprensibili: Cosa vuol dire strada sdrucciolevole, mamma?, Vuol dire che la strada non è sicura e che puoi scivolare, curiosona.
Secondo mio padre invece quel viale è perfetto: mantiene una pendenza costante per qualche centinaio di metri per poi inclinarsi diventando leggera discesa, prima di consegnarsi al mare.
Su quel tappeto di sassolini grigi e ghiaia di quarzo scopro cosa significa stare in equilibrio. Forza, vedrai che ci riesci!, Mhhhhh… e se cado?, E se cadi ti rialzi, che sarà mai, su, non fare la fifona!
Prendo coraggio, la mano grande di mio padre mi sorregge per un breve tratto e poi mi lascia, poco prima dell’inizio della discesa. Sento la paura, densa, rimbombarmi nella testa, comincio a pedalare, più forte che posso, cercando di non cedere al tremolio delle braccia. D’un tratto mi accorgo che no, stavolta non cado, sono ancora in sella alla mia Graziella fucsia. L’adrenalina sale diffondendosi lungo le gambe, e nel petto, fino alla gola. Pedalando punto verso il mare – scintillio ipnotico, richiamo irresistibile. Arrivo alla fine del viale, dove la ghiaia si confonde con la rena bianca, stringo i freni, mi fermo, le mani saldate al manubrio.
Mi volto, riconosco chiaramente la sagoma di mio padre che mulina le braccia e stringe i pugni verso l’alto, in segno di vittoria. Mia madre lo raggiunge, applaude e mi sorride, da lontano.
Prima di tornare indietro guardo il mare e lo saluto con un cenno del capo, come chi scopre un posto nuovo e prima di andare via rimane qualche istante a contemplarne la bellezza, per rendergli omaggio.

Il semaforo è diventato verde, il clacson di un automobilista frettoloso mi riporta qui, nel crocevia tra corso Matteotti e corso Re Umberto.
Riparto.
Normalmente lo avrei guardato malissimo.
Savolta, invece, gli sorrido.

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