Apeadeiro

Non aveva mai visto mani così belle, pensò, mentre si dava daffare per escogitare percorsi e itinerari il più possibile lontani da quei turisti chiassosi e mediocri.

Si chiese che odore avessero, osservandone attenta i movimenti, lenti ma decisi. Immaginò la sequenza dei gesti che quelle dita affusolate, inguainate in uno spesso strato di pelle scurita dal sole, erano solite compiere ad ogni risveglio: avrebbero stropicciato occhi assonnati?, accarezzato capelli arruffati?, digitato parole d’amore sui tasti di un telefonino riposto distrattamente sul comodino? Si sentì suo malgrado rapita e attirata da quelle mani, prolungamento armonico di braccia sinuose e nerborute che troneggiavano sui braccioli di una vecchia sedia, ora protese verso il pavimento legnoso di quella taverna dal nome così bizzarro, Apeadeiro – fermata, quasi che quel nome fosse stato inventato apposta per giustificare il suo crogiolarsi in quella pausa oltremodo prolungata.

Dovette compiere un notevole sforzo per ricacciare dentro tutti i pensieri che la sua mente seguitava a partorire, e si sentì come quei cavalli selvaggi le cui briglie troppo tese di colpo si allentano. Si domandò se non ci sarebbe stato modo di incontrare altrove mani come quelle, e dita alle quali intrecciare le sue, progettando futuri limpidi sotto cieli stellati o davanti a camini accesi. Fu in quell’istante che avvertì forte il bisogno di inglobare in sé la convinzione che doveva esistere da qualche parte un posto in grado di produrre la felicità che cercava, e mani in grado di dispensarla, e di accogliere quel suo disordine interiore, che mutava d’aspetto con la stessa velocità con cui mutano di forma le nuvole, e di modellarlo, trasformandolo in qualcosa di inaspettatamente meraviglioso.
Allora provò qualcosa di simile al sollievo, e la sua anima si acquetò.

Intanto le mani che la avevano rapita erano scomparse dalla sua visuale, lasciando un alone di desideri e di speranze tutt’intorno.

Sospirò.
Era il momento di andare.

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